L’abolizione dell’ “art.18” e la riforma dello Statuto dei Lavoratori …

L’abolizione dell’ “art.18” e la riforma dello Statuto dei Lavoratori …

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Tornando sul tema della crisi economica, già affrontata nei precedenti articoli, intendiamo approfondire il tema della tutela dei lavoratori.

Per alcuni dei nostri politici l’articolo 18 della legge 20 maggio 1970 “Statuto dei Diritti dei Lavoratori” rappresenta un freno alla crescita economica del paese poiché consente il licenziamento dei dipendenti, solo, se si rientra all’interno di casistiche specifiche tra cui: insubordinazione ai superiori; sensibile danneggiamento colposo al materiale dello stabilimento; lavorazione senza permesso di lavori nell’azienda per conto proprio o conto terzi; rissa nello stabilimento; abbandono del posto di lavoro; assenze ingiustificate oltre i quattro giorni; condanna ad un a pena detentiva e furto in azienda.

Tali sopracitate casistiche sono utili a distinguere i licenziamenti “legittimi” da quelli “non legittimi”, aspetto fondamentale in termini giuridici.

Uno dei fondamenti base dell’art.18 è proprio che: “il Giudice con sentenza dichiara inefficace il licenziamento o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ed ordina, inoltre, al datore di lavoro di stabilimento che occupa più di 15 dipendenti di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro (…)”. Volendo essere più precisi lo Statuto dei Lavoratori disciplina il licenziamento nelle unità produttive in cui siano presenti piùdi 15 dipendenti, o 5 nel caso di unità agricole e nelle aziende in cui vi siano più di 60 lavoratori.

Con l’abolizione dell’articolo18 il licenziamento o l’inserimento in liste di mobilità può avvenire anche per cause economiche a seguito, ad esempio, di mancanza di lavoro, o per motivi di organizzazione interna. L’idea di abolire o di riformare deriva in particolar modo dagli eccessivi costi derivanti dall’impugnabilità del licenziamento da parte del lavoratore, costi chepotrebbero ricadere sul datore di lavoro e cherisulterebbero essere molto più elevati per le imprese in italiane, rispetto a quelle di altri paesi.

Si tratta di una misura che tutelerebbe l’impresa e meno, ovviamente, il lavoratore dipendente poiché quest’ultimo potrà essere licenziato anche solo per cause “tecnico-amministrative”. L’idea di riformare il lavoro nasce dal fatto evidente che se le imprese si muovono con difficoltà all’interno del mercato quest’ultimo risulteràdi conseguenza statico, allontanando la possibilità di crescita futura.

In questo senso si vuole smuovere l’Italia dai retaggi degli anni 70’ poiché l’assetto del paese è ben differente da allora ed in particolare ci sono alcuni settori, come quello edile, ormai completamente paralizzati e per tanto si vuole conferire alle imprese margini più ampi di libertà.

Pensare a soluzioni differenti nell’ambito lavorativo non è un compito semplice e la penisola sembra ormai divisatra tre correnti principali di pensiero, quella che vuole l’abolizione totale dell’articolo, quella che vuole parte della sua riforma e quella che pretende rimanga tutto come è.

Va precisato che il dibattito non è nuovo, poiché è da inizio millennio che i governi discutono sul suo contenuto portando molto spesso a tensioni fra loro e le parti sociali, in particolare i sindacati propensi a tutelare in primis il lavoratore.

Il tema è ancora in balia degli corsi ma rimangono evidenti i recenti dati sulla disoccupazione che mostrerebbero un quadro a dir poco allarmante in cuisolo il 20% degli assunti con un contratto precario riesce ad ottenere, nei tre anni successivi, un posto di lavoro a tempo indeterminato ed in particolare il 36,3% dei cittadini sotto i venticinque anni resta nel suo posto di lavoro meno di 12 mesi.

Da quanto detto sopra, si evince che al di là dell’elaborazione delle riforme, sarà molto difficile colmare l’insoddisfazione che attanaglia il popolo italiano in merito a basse retribuzioni, poca sicurezza sul lavoro e alla stabilità dello stesso. Nei prossimi giorni dovremmo avere maggiori informazioni sulle sorti del lavoro e dal nostro punto di vista la sicurezza dei lavoratori è subordinata a quelle delle imprese che devono, in particolare in questo momento storico, potersi muovere agevolmente nel mercato e mettere in atto tutte le misure di “sopravvivenza”.

 

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